L’importanza di avere i Rolli


Domenico Fiasella, Convito di Assuero (particolare). Genova, Palazzo Lomellini-Patrone, 1628 c.

Domenico Fiasella, Convito di Assuero (particolare). Genova, Palazzo Lomellini-Patrone, 1628 c.

    Sono ormai quasi dieci anni che un cospicuo numero di magnifici palazzi storici del Cinque-Seicento genovese fa parte dei beni tutelati dall’UNESCO come patrimonio dell’Umanità. Non di Genova, non d’Italia, ma dell’Umanità. Un riconoscimento che li proietta in una dinamica internazionale, europea e mondiale che tradizionalmente come genovesi tendiamo in parte a disconoscere. Sbagliando di grosso. I palazzi dei Rolli – dove “rolli” non sta ad indicare altro che le liste in cui erano inseriti a seconda del rango degli importanti ospiti che potevano accogliere, in una sorta di “graduatoria di magnificenza privata” – nacquero proprio in un’ottica profondamente cosmopolita, per rispondere alle esigenze di una piccola Repubblica diventata ago della bilancia dei rapporti economici e diplomatici dei regni asburgici.

    Oggi, passati i fasti della Repubblica, questi grandiosi testimoni del passato non rappresentano soltanto un efficace strumento per accattivare turisti e visitatori stranieri che sempre in maggior numero scelgono Genova tra le tante mete a loro disposizione in Italia e in Europa, ma devono essere oggetto di riflessione sul ruolo che la nostra città è chiamata a ricoprire nel paese e nello scacchiere europeo. Non sono più i prestiti alle corone a fare grande un luogo, probabilmente neppure la sovrabbondanza di beni artistici o l’ascesa di qualche nobile rampollo alla dignità vescovile o al soglio pontificio, ma è la capacità di comunicare a tutti i livelli e al più ampio numero di persone un messaggio di accoglienza, di apertura e di dialogo: un messaggio che faccia dire “Mi piacerebbe stare a Genova”. Lo sapete qual è il problema? Spesso non lo pensiamo neppure noi che, in molti casi per scelta, a Genova siamo rimasti e vogliamo rimanere.

    I Palazzi dei Rolli sono una chance, incredibile e straordinaria, di rilanciare una Genova nuova, una Genova dell’ospitalità, una Genova occasione per i giovani e una Genova in prima linea nell’operazione di comunicazione e riqualificazione della cultura. Lavorare su questa vetrina da primato, in Europa e nel mondo, può essere la strada per cambiare marcia, per ricreare quella sinergia indispensabile tra mondo del lavoro, industrie, università, istituzioni e piccole imprese sul territorio. Per riaccendere la passione nei cuori dei genovesi “storici” e per incuriosire e conquistare i sogni dei visitatori occasionali, dei pendolari e degli studenti.

    So che forse il mio è solo un sogno, un appello irrealizzabile che – molti lo penseranno senza dubbio – non ha legame con la realtà. Per questo concludo con qualcosa di molto concreto: un invito a palazzo. Venite dal 30 maggio al 2 giugno a godere di questiluoghi, a vedere tanti giovani che hanno creduto, credono e crederanno in questa ricchezza che ci è toccata in eredità come occasione per il futuro; a sentire come il lavoro del Comune, della Fondazione Ducale e dell’Università degli Studi di Genova e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo ha permesso e vorrebbe permettere di dare una voce e un respiro ampio e di lungo periodo a queste ricchezze che sono straordinarie solo se condivise, Patrimonio dell’Umanità solo se vissute. Realmente nostre solo se conosciute.

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Biblioteca Universitaria di Genova: istruzioni per l’abuso.


Biblioteca Universitaria di Genova - Deposito librario (ex Chiesa dei SS. Gerolamo e Francesco Saverio) - Struttura Ing. Eugenio Fuselli (1935).

Biblioteca Universitaria di Genova – Deposito librario (ex Chiesa dei SS. Gerolamo e Francesco Saverio) – Struttura Ing. Eugenio Fuselli (1935).

Negli anni 30 del ‘900, la Biblioteca Universitaria di Genova (che oggi dipende dal MiBACT e non dall’Università, che è sotto il MiUR) viene definitivamente traslata nell’antica Chiesa dei SS Gerolamo e Francesco Saverio, annessa al Collegio dei Gesuiti sita in via Balbi, dal momento che negli antichi locali del Collegio stesso (divenuti Università pubblica) i volumi non ci stavano più. L’innovativo progetto firmato dall’Ing. Fuselli e realizzato dalla ditta Lips Vago (eccellenza italiana di inizio secolo) si costituisce di una struttura metallica autoportante che riempie il volume della chiesa e che viene “chiusa” da una soletta di cemento armato a circa 8 metri dalla volta, sopra la soletta viene collocata poi la sala di lettura, mettendo sotto gli occhi dei lettori i magnifici affreschi di Domenico Piola e Paolo Brozzi (1668). Grazie anche all’intervento dell’Arch. Mario Labò, vero pioniere del riuso “conservativo” degli edifici storici, la struttura metallica non si appoggia alle pareti affrescate del presbiterio e delle cappelle, ma lascia un volume d’aria di circa un metro e mezzo, permettendo quindi la sopravvivenza non solo dell’affresco, ma anche della sua complessiva lettura di insieme, prevedendone una rinnovata fruizione pur nella consapevolezza della mutazione della destinazione d’uso. La BUG però diventa a breve la biblioteca di riferimento per il Ministero in Liguria e ai suoi fondi antichi, a quelli moderni e a quelle contemporanei si aggiunge l’obbligo della raccolta di tutto lo stampato della regione e in breve la struttura di Fuselli non basta più. I libri occupano tutto lo spazio, persino le ringhiere da cui si dovevano vedere gli affreschi, le file diventano doppie, triple, i rischi e le deroghe alla sicurezza aumentano. Al volgere degli anni duemila a dream comes to life: iniziano i restauri dell’ex Hotel Colombia (via Balbi 40), sede agognata per lo spazio immenso che avrebbe potuto dare ai volumi. I lavori si protrarranno per 12 lunghi anni, andando a costare circa 30 milioni di euro. Giorni odierni: a luglio 2014, con un colpo di mano, la direttrice decide che il momento è giunto e – sebbene l’edificio non sia ancora dichiarato agibile e “collaudato” dal ministero pur essendo finiti i lavori dal 2012 – trasferisce la biblioteca da balbi 3 a balbi 40, chiudendo de facto la sede vecchia. Molti i motivi: scadevano le deroghe alla sicurezza, due anni di inattività e rinvii erano davvero troppi, si vuole dare un segnale di “forza” etc. Peccato che, nei fatti, solo una minima parte dei volumi abbia seguito la “sortita” dai locali vecchi a quelli nuovi: tutto il resto (dai fondi antichi dei Gesuiti, sino allo stampato pre 2000) giace nel ventre della “vecchia” ex chiesa.

Biblioteca Universitaria di Genova - Deposito librario (ex Chiesa dei SS. Gerolamo e Francesco Saverio) - Affreschi di Domenico Piola (1668), struttura Ing. Eugenio Fuselli (1935).

Biblioteca Universitaria di Genova – Deposito librario (ex Chiesa dei SS. Gerolamo e Francesco Saverio) – Affreschi di Domenico Piola (1668), struttura Ing. Eugenio Fuselli (1935).

E qui nascono i problemi: stante che i soldi per completare il trasloco e per i nuovi arredi del 40 sembrano non esserci, prima di pensare a “smontare” i volumi dall’incastellatura metallica di Fuselli, bisogna prendere le dovute precauzioni. Sì, perchè il metallo, che ha il pregio di avere una elevata flessibilità e adattabilità ai carichi a cui è sottoposto, tende anche ad avere effetti “elastici” se scaricato troppo repentinamente o in maniera sbilanciata. E allora PRIMA di pensare a spostare i libri, bisogna far fare a qualcuno di davvero specializzato (e bravo direi…) un bel PIANO DI SGOMBERO tarato sulle peculiarità assolutamente uniche della struttura (di valore anche artistico culturale) che ospita il patrimonio librario della BUG. Per non parlare del mai e mal affrontato argomento della conservazione DOVEROSA dell’unitarietà del Fondo Gesuitico con la sua antica sala, che si trova negli spazi del Palazzo Balbi 5 con scaffali risalenti alle sistemazioni pre ottocentesche. Ovviamente ciò impone un allungamento dei tempi: qualche mese per fare il progetto, qualche mese per la gara di appalto, qualche mese per la realizzazione, tempo da aggiungere ai sei mesi in cui la Biblioteca è stata di fatto chiusa e non consultabile per cittadini e studiosi. E ancora non ci sono i soldi (da trovarsi a parte, oltre ai 30 milioni iniziali). E dunque: Quousque tandem abutere, Ministerium, Bibliotheca nostra? Quanto ancora abuserai, Ministero, della nostra Biblioteca? Gradiremmo, seriamente, saperlo.

Biblioteca Universitaria di Genova - Deposito librario (ex Chiesa dei SS. Gerolamo e Francesco Saverio)

Biblioteca Universitaria di Genova – Deposito librario (ex Chiesa dei SS. Gerolamo e Francesco Saverio)

E se ti invitassero a Palazzo?


Lazzaro Tavarone, Storie di Antoniotto Adorno. Genova,  Palazzo Cattaneo Adorno, Via Garibaldi 10, c. 1626.

Lazzaro Tavarone, Storie di Antoniotto Adorno. Genova, Palazzo Cattaneo Adorno, Via Garibaldi 10, 1624.

Occasione.

Sintetizzerei con questa parola la prossima edizione dei Rolli days a Genova in programma il 20-21 settembre 2014.

Occasione di aprire porte che spesso, per molte e differenti ragioni, rimangono chiuse.

Occasione di conoscere storie di uomini, di tradimenti, vittorie e mondi che a noi sembrano oggi lontanissimi e che tornano, vivi e vividi, attraverso il pennello degli artisti che furono chiamati ad eternarle sulle volte dei palazzi genovesi.

Occasione per provare a stupirsi di quello che questa città, che troppo spesso ci sembra avara di emozioni e novità, ha saputo e sa custodire al suo interno. Occasione per non demordere, per voler sempre di più “tirar fuori” e mettere in mostra, a disposizione di tutti, queste nostre ricchezze e questa nostra cultura “territoriale”, unica e irripetibile.

Occasione per far vedere che, sebbene tanti pensino il contrario, questa città e questi cittadini sono pronti a raccogliere la sfida per rilanciare la propria immagine a livello nazionale e internazionale: con consapevolezza, senza eccessi, senza “mercificarsi”, ma con l’occhio attento di chi sa di valere tanto e di poter pretendere altrettanto, soprattutto da chi ne dirige le istituzioni.

Occasione per imparare a “vedere” uomini, desideri, potere, gloria e vendetta dietro muri, porte, logge, colonne, dipinti, arazzi, statue.

Occasione per ascoltare giovani che raccontano storie vecchie, con passione, con competenza, con desiderio di condivisione, con la consapevolezza che la conoscenza del proprio territorio e delle proprie radici culturali è l’unico modo per poter costruire un futuro più solido, vicino alle persone e aperto al nuovo.

Occasione, anche e soprattutto per me, di smettere di mugugnare per il tanto o per il poco e gettarsi ancora una volta con passione nel regalare a chi vorrà ascoltare la meravigliosa storia di Genova, la Superba.

Vi aspetto tutti il 20-21 settembre, per cogliere insieme questa occasione di riappropriarci della nostra città, di condividerla con chi vorrà venire a vederne le bellezze Patrimonio dell’Umanità, di esserne davvero cittadini e non solo affittuari inconsapevoli.

Lavoro, Giovani e Cultura: Genova e il futuro.


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Sono passati solo alcuni giorni dalla Notte dei Musei: a Genova, come del resto in tutta Italia, un successone. Nel solo capoluogo ligure si sono registrate circa 11.000 visite durante l’orario di apertura extra dei musei cittadini. Per continuare a parlare di numeri facciamo ancora un passettino indietro: 29 e 30 marzo, ai Rolli Days organizzati in città dal Comune di Genova e dalla Fondazione Ducale, con la collaborazione dell’Università, partecipano circa 40.000 persone, tra cui circa il 40% di turisti stranieri.

Quindi, anche basandoci solo su questi due casi, potremmo dire che in un mese e mezzo circa 50 mila persone hanno visitato la nostra città allo scopo di vistarne i luoghi di cultura.

E allora la domanda mi nasce spontanea, dal cuore. Perché il Comune, la Regione, lo Stato investono così poco in cultura? Non è una “polemica retorica”, chiariamoci. Non mi interessa scagliare sassi, inveire contro qualcuno perché sono convinto che tutti siano “cattivi”. Vorrei capire, realmente, quali sono le potenzialità e l’importanza dei luoghi e delle persone che “sanno fare” cultura.

Mettiamo un paio di puntini sulle “i”: fare cultura non significa vendere un prodotto premasticato e di relativa qualità all’ignaro visitatore che tanto non sa cosa gli sto mostrando. Neppure vuol dire sfruttare “marchi di qualità” per imbottire di visitatori abbindolabili negozi, bistrot, ristoranti e alberghi. No signori, non significa nulla di questo. Fare cultura significa dare strumenti, trasmettere nozioni, ma soprattutto sentimenti, valori e idee. Mettere basi per riflettere sul passato e progettare il futuro. «Come?» chiederanno i più scettici. In realtà la semplicità è la principale forza di questo modo di fare: creare eventi che siano inclusivi, che facciano “entrare in relazione” con la città e con le persone che la conoscono, la amano e la studiano, perché non è solo il “cosa” che conta, ma è il “come”. È la medesima regola che vale per una cena: davvero vi importa di mangiare qualcosa di raffinato in un faraonico salone, soli e serviti da un algido cameriere che vi guarda con distacco e a mala pena vi parla? Non preferireste una pietanza magari meno elaborata, ma di cui l’oste ha voglia di raccontarvi la storia e gli ingredienti, mentre attorno a voi il locale è vivo e sorridente di persone, soddisfatte e ugualmente “accolte”? La cultura non fa eccezione: è radicata nelle persone e nei luoghi, non può vivere senza di essi.

Allora, partendo dai numeri straordinariamente positivi che sono prove inconfutabili di un interesse crescente, perché non si comincia a investire per far sì che la nostra città sappia accogliere sempre meglio chi viene a bussare alle sue porte?

Il mio è un appello e, in parte un monito. Sindaco Marco Doria, Assessori, Presidente e Consiglio della Regione Liguria e anche privati che avete voglia e mezzi per potervi fare interpreti di queste necessità: investite nei giovani che hanno a loro volta investito la maggior parte della loro ancora non lunghissima vita nello studio e nella conoscenza appassionata della loro cultura e dei luoghi da cui essa trae origine e forza. Non perché io per primo ne faccio parte, ma perché sono una risorsa che non ha eguali: altrimenti (e lo dico non come minaccia, ma come memento) quando tutti quelli che valgono saranno emigrati a cercare qualcuno che oltremanica, oltrefrontiera o oltreoceano li aspetta a braccia aperte per mettere a frutto i loro talenti, non avrete più il tempo di formarne altri. Non avrete più la possibilità di appassionare le persone a ciò che sta sotto i loro occhi e la città diventerà solo una scatola piena di oggetti gettati alla rinfusa, apparentemente privi di un senso: un involucro che non interesserà più a nessuno, tanto meno a chi oggi viene anche da lontano per apprezzarne la bellezza attraverso chi sa valorizzarla.

Sabato e domenica ci sarà di nuovo l’appuntamento dei Rolli Days. Ci lavoriamo in tanti, giovani ed entusiasti come non mai di ripetere questa iniziativa che, almeno nel mio caso, seguo e contribuisco ad organizzare da 5 anni.

Vorremmo solo una cosa: che l’entusiasmo che si è sempre dimostrato non diventasse un alibi per gli investimenti di chi, anche davanti alle istituzioni Europee, è il tutore ufficiale di questo patrimonio, ma che questa voglia di dare alla propria città le competenze acquisite dedicando tempo e fatica fossero titoli di merito per vedere riconosciuto, anche economicamente, il proprio ruolo di Maître de salle “culturali” di una Genova sempre più apprezzata dai suoi ospiti.

Giornalisti per noia, sciacalli per professione.


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Oggi, nelle prime ore del giorno, è bruciata la cucina del Salone delle Feste, a Genova in Piazza Campetto. Con sedie, tavoli e stoviglie è andata in fumo gran parte del lavoro di una persona che si è spesa in questi anni perchè la sua attività, che è naturalmente di natura commerciale, avesse un’anima dalla forte componente culturale, a partire dal luogo: il piano nobile di Palazzo Imperiale di Campetto, arricchito dai preziosi affreschi di Luca Cambiaso e Bernardo Castello. Una persona che però non ha visto questi decori come una mera attrattiva di tipo promozionale: li ha voluti invece restaurare, rendere visibili, rendere visitabili, trasformare in documento vivo di una città che, troppo spesso, chiude le sue ricchezze gelosamente all’interno dei portoni dei palazzi privati. A me, personalmente, ha permesso di studiarli, fotografarli, vederli ogni volta che il mio spirito di studioso mi ha spinto a desiderare di tornare con gli occhi sulle pennellate del Luchetto di Moneglia.

Il 25 marzo, ha voluto organizzare, con il Comune di Genova e la Fondazione Palazzo Ducale, la conferenza stampa per l’apertura dei Rolli Days proprio lì, sotto gli affreschi del Cambiaso che i miei studi, che mi aveva permesso con accoglienza e munificenza di svolgere, avevano per la prima volta svelato nel loro significato originario. Un evento organizzato a sue spese, per pura passione di mettere sotto al naso di tutti la bellezza di quel luogo, per renderlo “casa di tutti” e “bellezza per tutti”: un vero museo vivo, che ha avuto il suo culmine nelle giornate (29 e 30 marzo) dei Rolli Days. 38.000 visitatori per una Genova di palazzi, 4000 in due giorni per il solo Palazzo Imperiale. Numeri che fanno girare la testa. E tutto a titolo gratuito.

Bene, sapete quanti giornali hanno pubblicato (su carta) la notizia di questo evento? Del Cambiaso che tornava, grazie alle iniziative e alla liberalità di alcuni, a “parlare” alla città? Nessuno. Repubblica e Blue liguria hanno pubblicato la notizia e una serie di foto online, il TG3 regionale ha trasmesso un servizio di 3 minuti nella sola edizione delle 14.00.

Sapete, oggi, a poche ore dall’incendio quante notizie sul rogo della cucina e del “Cambiaso salvato dalle fiamme” sono state pubblicate? Due intere pagine di Google.

Senza contare i giornalisti e i fotografi che si sono affannati, attorno ad uno stanco proprietario, a chiedere di poter fotografare il disastro. Sì, proprio le cose bruciate. La cenere, la plastica sciolta, le bottiglie scoppiate.

Domani, il Secolo XIX, giornale che con la cultura a Genova non ha davvero nulla a che fare a partire dalle firme che ne curano le sezioni, pubblicherà il “Cambiaso salvato”. Al proprietario hanno chiesto così tanto insistentemente le foto dell’affresco che, nel nome dell’amicizia che ci lega, ha chiesto a me che ancora un computer lo possiedo, non essendo stato fuso dal calore, di mandarne un paio alla redazione. E l’ho fatto, perchè non è certo lui che si merita le mie rimostranze.

Le mie parole sono per voi, sciacalli (non certo giornalisti). Se faceste cultura davvero, informazione davvero, promozione del territorio davvero, FORSE sareste utili in qualche modo a questa città e alle persone che ancora nella stampa ripongono fede.

Fatevi un esame di coscienza, se non avete paura di spaventarvi troppo per la vostra pochezza.

Il Sogno di via Balbi


Palazzo Balbi Senarega - Valerio Castello, Galleria del Ratto di Proserpina, 1650 circa

Palazzo Balbi Senarega – Valerio Castello, Galleria del Ratto di Proserpina, 1650 circa

A volte mi chiedo se non sarebbe tutto più semplice avendo aule belle nuove, magari con muri prefabbricati e di quel bianco da ambulatorio, sui quali è facile sconfiggere con una passata di pennello anche le più agguerrite bande di incivili scrittori di pareti. Mi chiedo se non sarebbe più comodo per tutti, studenti e docenti, un palazzo dell’Università con ascensori spaziosi, poche scale, riscaldabile decentemente in inverno e ragionevolmente fresco d’estate. La domanda si pone spontanea quando l’illuminazione non è ideale, non ci sono sufficienti prese di corrente o capitano inconvenienti tipici delle strutture un poco âgée. Però la risposta è sempre lì, chiara e perfettamente leggibile negli sforzi di tutti per far vivere la sfida, o meglio, il sogno di Via Balbi. Sì perché una Università che vuole fortemente mantenere il proprio polo di Scuole di materie umanistiche all’interno di un nucleo di palazzi storici dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, vive una sfida e un sogno non da poco: la sfida è trovarsi ogni giorno a lottare con le mille difficoltà di cui quelle sopra elencate non sono che una minima parte; il sogno è quello di trasmettere alle centinaia di studenti che vivono questi luoghi la consapevolezza del bello, della responsabilità condivisa della conservazione del nostro patrimonio e della sempre maggiore necessità di imparare a vivere i luoghi come Musei vivi. Vivi di persone, di studiosi, di studenti e di cittadini, come l’Università li ha resi in questi ultimi cinque anni, aderendo e contribuendo in maniera significativa a iniziative come la Notte Bianca, la Notte dei Musei e i Rolli days, con l’entusiasmo e la competenza dei propri studenti e l’apertura al pubblico di questi spazi. Spazi che sono innegabilmente problematici, di compromesso e certamente vivono alterne vicende anche conservative, ma che sono vivi, che accolgono, che non celano, ma anzi svelano problemi e magagne. Su una cosa sola mi permetto di recriminare. In un periodo di difficoltà economica e culturale l’Università di Genova e in particolare la Scuola di Scienze Umanistiche sta dando tutto per conservare, far vivere agli studenti e allo stesso tempo offrire alla città questi straordinari testimoni della storia di Genova: perché nessuno tende mai la mano, offre mai il suo aiuto per rendere tutto più rapido, facile e possibile? Il tempo è tiranno, gli affreschi, strepitosi, si sgretolano. Il dolore nel vedere ogni giorno allargarsi alcune crepe è forte soprattutto perché mi rendo conto che a nessuno interessa davvero, che i nostri Beni, quelli su cui si fonda la cultura del nostro paese, sono percepiti solo come inutili zavorre, a meno che da essi non si possa in qualche modo spillare del denaro. «La bellezza salverà il mondo», faceva dire Fëdor Dostoevskij al principe Miškin nel celebre Idiota. Il mondo per ora è forse fuori portata. Mi piacerebbe ci fosse qualcuno che avesse voglia, semplicemente, di sognare insieme.

Parcheggio sì, Parcheggio no. La “strage” impunita.


Acquasola ruspeE così si consuma, a Genova, un’altra storia purtroppo tipicamente italiana. Sì perché tutti i farabutti responsabili di aver concesso l’appalto per la costruzione di un silos per parcheggi a tre piani sotto lo storico e famosissimo Parco dell’Acquasola, dopo essere stati condannati al pagamento di 2 milioni di euro, sono stati assolti con formula piena dalla Corte dei Conti.

E a ben pensarci, non mi sembra affatto strano. Vengono assolti personaggi che fanno morire le persone sotto edifici eretti con risibile cautela sui greti di torrenti in località a forte rischio alluvionale o senza le precauzioni antisismiche in aree storicamente afflitte da terremoti, perché dovremmo, noi, condannare questi poveri cristi che solo per intascarsi qualche milioncino hanno dato un piccolo permesso per sventrare con le ruspe uno dei parchi storici invidiatici per tutto il XIX secolo da mezza Europa?

Siamo degli sfigati egoisti, ecco tutto. Ci teniamo alle cose di casa nostra, alle nostre bellezze di territorio e architettura, che l’amore per la propria città e il genio artistico avevano ispirato, nel passato, a grandi architetti, artisti e ingegneri. E l’egoismo, il tenerci alle proprie cose, non va per niente bene: è un atteggiamento intollerabile! Ce lo ricorda oggi la Corte dei Conti: non giudicate, dice Gesù, se non volete essere giudicati. Chi siamo noi in fondo per chiedere la condanna di tali illustri personalità? Chi siamo noi per volere che “lo stato maggiore della soprintendenza”, gli ex sovrintendenti e direttori Liliana Pittarello, Pasquale Malara e Maurizio Galletti, Giorgio Rossini e Rita Pizzone, insieme  ad Anselmo Pasetti, funzionario della Provincia  e alla rappresentante di Sistema Parcheggi Maria Teresa Gambino finiscano a rimetterci due milioni e qualche spicciolo di tasca loro??

Ve lo dico io chi siamo. Ve lo dico io chi siete. Siamo NESSUNO! Capito? NESSUNO.

Per cui state zitti, subite e imparate a farvi li cazzi vostri.

E buon Natale a tutti.

Acquasola foto storica